Noi Due Siamo Uno

La vicenda di Andrea Soldi getta uno sguardo sula fragilità umana e sulla salute mentale, oggi

di Enea Solinas

Questo intervento è stato pubblicato sulla pagina Bradipodiario.it

Piazzale Umbria è un luogo che mi è molto caro. È in questo interstizio urbano limitato da via piuttosto trafficate, che in un piccolo giardini, su una panchina sulla quale Andrea Soldi era abituato a trascorrere le sue giornate che è stato ucciso durante le operazioni di un TSO. Misura di emergenza prevista dalla legge 180, che viene applicata già in origine a causa di incurie e incapacità che il sistema dei servizi di salute mentale territoriale non ha saputo prevenire o correggere. La cattiva assistenza si era palesata già prima del TSO, con una persona evidentemente sofferente ma dotata di una particolare sensibilità abbandonata, insieme alla famiglia, ad un servizio che si preoccupava di fare normale amministrazione assicurandosi l’avvenuta somministrazione della terapia farmacologica e riducendo ad un niente lo spazio del colloquio, che in psichiatria è – o meglio dovrebbe essere – soprattutto un ascolto profondo empatico della persona dei suoi problemi come delle sue aspirazioni, del suo modo “diverso” di esprimersi o di guardare il mondo che lo circonda. Non chiudendo la questione complessa della patologia ad una sequela di sintomi, comportamenti, denotazione di sofferenza. Dovrebbe dare spazio all’alterità che abita il mondo e si relaziona. Un compito che in Italia chiama in causa – a partire dalla legge 180 che regolamenta la salute mentale – più professionisti, e il territorio con i suoi luoghi di accoglienza, socialità, relazione. E che interroga – senza pretendere di avere dare soluzioni preconfezionate – l’intera società civile.

Lo scorso venerdì 20 maggio nell’ambito del salone off è stato presentato il libro Noi due siamo uno scritto dal giornalista Matteo Spicuglia, che riporta stralci autentici dei diari e delle lettere inedite di Andrea, e offre un ulteriore occasione di ragionare sulla salute mentale.

C’è da dire che quel fatto – avvenuto nell’agosto del 2015 – dette già nei mesi successivi una scossa alle coscienze di chi è all’interno dei servizi. In chi vi opera e da parte di chi è preso in carico. Due riverberi molto diversi, eppure uniti nel sottolineare criticamente una serie di disattese. Il fatto che la legge 180 a livello istituzionale sia guastata da un riduzionismo di pensiero organicistico di ritorno, che aumenti la richiesta di delega sociale, che la medicina si farmaco-centrica e fondata su un paradigma comportamento-diagnosi-terapia, con medici e operatori che si adeguano o che si alienano a tempi di cura che somigliano sempre di più a tempi di prestazione, affondati nella burocrazia o nei tecnicismi clinico-sanitari, appunto.

Alla presentazione erano presenti i famigliari di Andrea che oltre allo shock per l’accaduto hanno affrontato il processo, chiedendo giustizia e soprattutto volendo sempre più testimoniare la vita e la persona che è stata Andrea, rendendocela presente anche come monito vitale – e politico – affinché simili storture ed incurie non avvengano più.

Sono molti gli interrogativi – non eterei, ma concreti – che s’intrecciano e illuminano di dubbi e di possibilità di recupero di una salute mentale più vicina e aderente ai principi basagliani. Alla sua riforma che accanto alla delega terapeutica affiancava la territorializzazione e la richiesta di accoglienza, ascolto e sostegno per le persone fragili.

Tutti nodi – ancora presenti – evidenziati nella giornata di venerdì, che ha visto alternarsi ricordi e testimonianze, letture dagli scritti di Andrea, riflessioni a carattere generale sulla questione politica della salute mentale, sulle sue prassi e sulle politiche che la relegano a fanalino di coda all’interno delle politiche sanitarie. Come se incomprensibilità, difficoltà che richiedono attenzione alle esistenze e ai vissuti di persone le più diverse dessero fastidio. È scomodo o quanto meno fuori moda avere dei principi che in ambito pubblico non speculino e non banalizzino questioni tanto delicate. Non idealizzino e non ritengano di proporre rimedi definitivi.

La questione la vivo sulla mia pelle – come testimoniato altrove (ovvero sul numero 66, presto in uscita, di Segn/Ali) – anche io più di recente ho avuto un ricovero coatto – per necessità conclamate che non disconosco, ma accanto ad alcune ombre, sono presenti molti dubbi su tutto ciò che intercorre tra un servizio che segue periodicamente un paziente e le soluzioni estreme, di emergenza. Sullo scollamento e sulla semplificazione.

All’incontro è stato particolarmente sentito l’appello – più che altro un auspicio – di Annibale Crosignani, uno psichiatra 89nne che ha visto lo sviluppo nascosto dei presupposti riformatori della 180, quando era ancora sperimentazione interna agli istituti, e la sua promulgazione che aveva investito il mondo delle istituzioni e del terzo settore che opera nel sociale di farsi carico collettivamente di un’umanità che era stata esclusa. Altri tempi e altre dinamiche e bisogni. Ma i principi fondanti non sono cambiati e anzi devono essere recuperati, tenendo presente anche i cambiamenti avvenuti nella società, le sue nuove problematicità, come le sue diverse opportunità.

È stato ricordato il nodo delle risorse, che uno snodo che non può fermarsi ad un dato matematico, ma va tradotto in uno spostamento di investimenti per favorire percorsi sia di cura che di emancipazione che limitino e prevengano il ricorso – ancora oggi elevato, a misure straordinarie come il TSO. Che di fatto si potrebbe dire che non sia più una misura straordinaria.

Ma per me piazzale Umbria è anche un luogo di ricordi e di riflessioni e contemplazioni personali.

La prima volta mi ci ritrovai arrivando in anticipo ad un evento anch’esso non solo commemorativo ma di sensibilizzazione alle tematiche, un raduno di declamazioni poetiche. E incontrai  Renato Soldi, padre di Andrea, quasi nobile nel ricordo costante del figlio perduto, che porgeva dei fiori su una panchina allora non segnata e decorata come è oggi per la memoria collettiva. Istintivamente mi avvicinai a lui e ci parlai – perché sentivo importante provare ad avere il tatto di avvisarlo e includerlo. Ma fu da parte sua il dono più grande, che mi espresse in modo pacato il suo dolore, e il disappunto – per usare un eufemismo – ribadendomi che la salute mentale è questione molto complessa. E soprattutto raccontandomi alcuni dettagli del vissuto di Andrea, all’emergere della sua prima crisi. Sorta dopo il periodo della naia. Questo confidenza e questo particolare fece scattare qualcosa nel mio cuore. Perché nella mia vita di paziente a differenza di Andrea ma con un intreccio simile – sono stato diagnosticato e preso ufficialmente in carico dal servizio sanitario anche per richiedere l’esenzione dal servizio di leva per le mia generazione ancora obbligatorio.

E poi perché quell’episodio mi è giunto in un periodo in cui mi sentivo sempre più coinvolto.   Dopo la partecipazione ad alcuni convegni sulla salute mentale (Forum Nazionale di Pistoia nel 2015 e Impazzire si può Trieste settembre dello stesso anno). Che hanno via via segnato un interessamento sempre più partecipe alle istanze e alle questioni di carattere civile che investono il mondo dell’associazionismo e del terzo settore.

Fu anche l’inizio di una condivisione e di un lavoro di con-ricerca sulle cattive prassi ancora presenti in psichiatria. In particolare un percorso che ha accompagnato e ispirato la realizzazione dello spettacolo di teatro e denuncia civile Le Voci di Prometeo, andato in scena per quattordici volte tra il 2016 e il 2018.

Anche l’intensificarsi di una ricerca e di una passione civile congiunta, di confronto sempre più aperto e su questi temi, insieme allo scambio di testimonianze e di riflessioni mai banali, e non personalistici.

Da allora, Piazzale Umbria l’ho frequentato ogni tanto in disparte in certi di contemplazione e solitudine. Mi ha interrogato parecchio anche sulla mia condizione sui meccanismi e sulle disparità di potere e sule differenze tra saperi diversi che spesso stentano a trovare un campo comune di ascolto e condivisione. Ma talvolta ci riescono – con tutte le imperfezioni del caso e gli accidenti che la vita può procurarti.

Non di meno l’esempio – talvolta (in)volontariamente scomodante è giunto proprio da quelle persone che aiutano non facilitando e accondiscendendo con precipitosa immediatezza, alle richieste e alle domande che più o meno velatamente un certo modo di esprimersi e di comportarsi rivela.

Dando cioè priorità ai tempi di crescita ed emancipazione soggettivi e ricercando talvolta sforzandosi di ricrearne un’interazione paritetica e rispettosa. Rifiutandosi di equiparare modi di sentire ed essere diversi tra loro come per porli su un piano comparativo.

Su certe questioni, sono molto d’accordo con quanto ha dichiarato Spicuglia non si può fare poesia, nel senso di sottilizzare troppo, o edulcorare le condizioni. Ma bisogna anche avere le capacità di non sottovalutare e di non arrischiare troppo all’opposto sapendo che come ricorda Borgna – la condizione del paziente psichiatrico è legata a qualcosa di indicibile.

Da questo libro può partire un’ulteriore riflessione e una spinta generativa a richiedere un recupero della dialettica sul territorio, trovando nuove possibilità di comprensione e di svincolamento.

Ciascuno – è stato ricordato, come un memento terribilmente banale – è bene che faccia la sua parte assumendosene le responsabilità.

Una materia che implica una concretizzazione di alcune domande, perché le risposte semplici sono insufficienti, non esaustive o consolatorie.

Le contraddizioni sono altresì parecchie – ed è per esempio uno sguardo differente con una poetica del sentire non logica che riecheggia quella di una filosofa come Maria Zambrano, che invita ad osservare il mondo nella sua meraviglia. Lo testimoniano le parole di Andrea, (in)volontariamente poetiche, e potrei testimoniarlo anche io se mi mettessi a raccontare la moltitudine di episodi che mi hanno visto testimone di gesti, parole, silenzi ed emozioni che condensano in modo altrettanto poetico la condizione esistenziale delle persone cosiddette folli, e ne avvicinano umanamente alle persone richiuse nelle facili definizioni di ruolo e di normalizzazione, evidenziandone altresì una visione divergente, fortunatamente anomala ed addirittura extra o precosciente dello stare al mondo.

In una società sempre più abituata ala banalizzazione e, omologata e alla ricerca di continue novità, rapita dal flusso accelerato di una fretta che è nemica dell’ascolto e della cura di sé e del prossimo, questi gesti e doni immateriali, sono quanto mai preziosi e rari. Per certi versi un antidoto.

Concludo sottolineando proprio questa simpatia: è stato ribadito che per ri-porre al centro dell’attenzione le persone e non le loro patologie o i loro comportamenti, per avere rispetto di non incorrere in rischi dalle conseguenze imprevedibili, accanto all’azzardo di non abbassarsi ad una modalità paternalistica di accudimento, bisognerebbe sottolineare l’importanza nel non avere fretta, e forse non sentire nemmeno troppo la necessità, di giungere a delle spiegazioni o nel dare per scontate e certe questioni che restano aperte.

Con una consapevolezza in più. Che non basta essere bradipi “per partito preso”, o per fare i pazienti e i medici di sé stessi, ma occorre esserlo insieme e porre le precondizioni perché qualcosa cambi effettivamente e certi paradigmi vengano sostituiti.

La legge 180, non solo va difesa da eventuali alterazioni, ma interpretata e applicata nella sua complessità. E alcuni principi sono da recuperare dentro e fuori i servizi di salute mentale. E per applicarla al meglio, oggi, nel mondo della iperconnessione di un individualismo sempre più marcato, occorre passione civile e nessuno snobismo, perché forse “fare poesia” non lenisce e allieva le crisi e non ripara i guasti del sistema, ma può impreziosire l’anima di qualcosa che mette in comune mondi apparentemente distanti. La follia – ricorda Eugenio Borgna – è la sorella sfortunata della poesia.

Ancorché questo non cancelli inquietudini o turbamenti dell’animo, lenisca ravvivando la cognizione del proprio dolore, essa può aggiungere consapevolezza e imprimere una spinta vitale al superamento di condizioni faticose per chi le vive sulla propria pelle.

Piazzale Umbria e tutte i coinvolgimenti e gli episodi che si condensano a partire da quel luogo, personalmente mi inducono e non dimenticare e ad agire coi miei limiti e con le mie possibilità, perché queste tracce e queste riflessioni non vadano perdute, ma intessute più che mai in un intreccio di storie e di eventi che mi ha visto partecipe e che non intendo trascurare per i profondi legami che si sono creati col tempo.

Titolo del libro: Noi due siamo uno

Autore: Matteo Spicuglia

Editore: ADD editore

Evento: presentazione e dibattito ai giardini di piazzale Umbria, 20 maggio 2022. Presenti i famigliari di Andrea (la sorella Cristina e il padre Renato); Alberto Re, presidente circoscrizione 4; Matteo Spicuglia, autore del libro; Annibale Crosignani, medico psichiatra; Monica C. Gallo, Garante dei diritti Persone private della libertà personale del comune di Torino; Gianluca Boggia, Freedhome; Volontari di alcune associazioni che operano sul territorio e nella Salute Mentale (Il Tiglio onlus; Arcobaleno APS; Laboratorio Urbano di Mente Locale; Progetto Itaca ed altre); Abitanti del quartiere, zona San Donato.

Luogo: Piazzale Umbria, Torino – Panchina commemorativa a ricordo di Andrea Soldi, morto per TSO, agosto 2015 e monito pubblico affinché certi episodi non accadano più.

Sala Giochi Top Game

di Roberto Sahih

Cortometraggio:

1^SCENA

PRIMO PIANO DELLA SCRITTA SALA GIOCHI TOP GAME

2^SCENA

Campo lungo inquadratura di un gruppetto di amici fuori dalla sala giochi

Giulio

E allora gli ho fatto una super mossa e mi sono portato a casa la vittoria, avreste dovuto vedere la faccia del cinese!

3^SCENA

Campo lungo inquadratura del gruppetto di amici

Risate generali

4^SCENA

Primo piano di Giulio

Giulio

Ragazzi io vado, ci vediamo.

5^SCENA

Campo lungo del gruppetto che saluta Giulio, Giulio si allontana

6^SCENA

Esterno di un condominio, Giulio entra nel portone

7^SCENA

Campo lungo della camera di Giulio, il monitor sulla scrivania è acceso. Giulio si siede alla scrivania.

8^SCENA

Primo piano dello schermo

Giulio

Oh posta in arrivo, vediamo!

9^SCENA

Piano americano di Giulio

Giulio

King of Fighters 98 già uscito nelle sale giochi giapponesi, diavolo speriamo arrivi presto anche alla Top Game!

10^SCENA

Camp lungo Giulio si butta sul letto, un gatto tigrato gli sale sulla pancia.

Giulio

Ciao Molly come stai?

11^SCENA

Scritta in sovraimpressione su sfondo nero, caratteri bianchi

Alcuni mesi dopo

12^SCENA

Cabinato da sala giochi, la scritta King of Fighters 98 è in primo piano

13^SCENA

Primo piano di Luigi al cellulare

Luigi

Giulio corri! Alla Top Games è arrivato KOF 98!

14^SCENA

Stanza di Giulio, Giulio è al cellulare seduto sul letto

Giulio

Cazzo arrivo subito, prepara i gettoni!

15^SCENA

Gruppetto di ragazzi attorno al cabinato, arriva Giulio

Luigi

Giulio mancavi solo tu!

16^SCENA

Esterno della sala giochi Top Game sera, inquadratura lunga sul gruppetto di amici

Primo piano di Giulio

Giulio

Davvero bello sto KOF, hanno messo un sacco di personaggi. Pure l’USA Team del 94!

17^SCENA

Camera di Giulio, Giulio è sul letto campo americano

Giulio

Dio sono distrutto! Quanti doppi oggi…

18^SCENA

Inquadratura del cellulare che suona.

19^SCENA

Giulio prende il cellulare

Giulio

Elena quanto tempo come stai?

20^SCENA

Primo piano di Elena con il cellulare

Elena

Bene grazie e tu? Sempre ai videogiochi sei vero?

Primo piano di Giulio

Giulio

Si sto bene e sai oggi è arrivato in sala giochi un nuovo gioco e ho giocato con gli amici fino a sera.

21^SCENA

Piano americano di Elena e Giulio che si baciano in una panchina

22^SCENA

Piano americano di Giulio

Giulio

Elena mi sei mancata, perché non torniamo insieme?

Primo piano di Elena

Elena

Anche tu mi sei mancato, ma è stata una storia sofferta. Devo riprendermi.

23^SCENA

Campo lungo di Elena e Giulio al mare di sera, sono entrambi sotto l’ombrellone e fanno l’amore.

24^SCENA

Primo piano di Elena

Elena

Adesso devo andare, mi ha fatto piacere sentirti e stai su.

Primo piano di Giulio

Giulio

A presto bella…

FINE

UN’ OSCURITÀ TRASPARENTE

WILLIAM STYRON, Darkness visible, tr. it. di Raoul Venturi, Un’oscurità trasparente, Milano, Mondadori, 2016, 112 pp.

Colpisce la drammaticità di questo saggio autobiografico sulla depressione, Un’oscurità trasparente, dello scrittore americano William Styron, autore de La scelta di Sophie. Il libro nacque da una conferenza che egli tenne a Baltimora nel maggio 1989, “in occasione di un simposio sui disturbi emotivi promosso dal dipartimento di psichiatria della Johns Hopkins University School of Meducine” (p. 9).

Il primo capitolo parte dall’ottobre del 1985, quando l’autore si trovava a Parigi per ricevere un premio. Nonostante questo avrebbe dovuto essere motivo di cui rallegrarsi, il suo stato emotivo era già compromesso da mesi con l’insorgere della depressione. Sintomi ne erano “un senso di avversione per se stessi” (p. 17), il precipitare dell’autostima e una sensazione d’inutilità. Tuttavia la depressione è “così misteriosamente dolorosa ed elusiva nel suo modo di farsi conoscere all’Io” (p. 15) da essere quasi indescrivibile. Resta comunque difficile intervenire e alleviare le sofferenze di chi è colpito da tale malattia. Se di solito il momento più critico del depresso è la mattina al risveglio, l’autore si sentiva terribilmente angosciato a metà del pomeriggio.

Chi non vive direttamente la patologia, si legge nel secondo capitolo, non si rende conto del dissolvimento mentale in cui si trova la vittima: ciò accadde anche all’autore quando non comprese le atroci sofferenze del suo amico e scrittore Roman Gary. Ma a Parigi si accorse di essere entrato anch’egli in quel dissolvimento. Conseguenza della depressione è, in molti casi, la rottura del ciclo circadiano che spesso porta all’insonnia e all’alternarsi durante il giorno “di momenti di maggiore malessere a momenti di sollievo” (p. 35). Una parziale tregua alla profonda afflizione era concessa all’autore fra la cena e mezzanotte.

A volte le sofferenze causate da una grave depressione, prosegue il terzo capitolo, sono così insopportabili da portare al suicidio.

Nel capitolo successivo, l’autore rileva che all’inizio dell’estate prima del viaggio a Parigi, improvvisamente, non riuscì più a bere scatenando così l’angoscia che l’alcol aveva in qualche modo contribuito a scacciare. Quello che, insomma, pur essendo molto dannoso, era stato un suo alleato ora, di colpo, lo aveva abbandonato. Seguì poi un declino che lo portò alla più cupa tempesta mentale.

Tornato da Parigi, viene detto nel quinto capitolo, l’autore si rivolse a uno psichiatra che gli prescrisse un farmaco antidepressivo e che passato un certo numero di giorni avrebbero “cominciato daccapo con una nuova medicina” (p.64). Ma se dal punto di vista farmacologico la psichiatria deve ancora progredire, ha però individuato un elemento psicologico nel concetto di perdita. In particolare l’autore sperimentò la perdita di autostima e la totale scomparsa della fiducia in se stesso. Giunto novembre, svanì ogni senso di speranza e qualunque idea di futuro.

Il dolore non accennava a diminuire sprofondando l’animo nella più completa disperazione, resa ancor più insopportabile dall’incapacità di trovare un qualsiasi rimedio. Fu così che l’autore, si evince dal capitolo seguente, una sera, all’inizio di dicembre, pensò di farla finita. Ma poi la notte, quando sua moglie era già andata a dormire, egli guardò un film nel quale a un certo punto “si librò all’improvviso nell’aria un brano della Rapsodia per contralto di Brahms” (p. 76). Ciò fece riemergere “una marea improvvisa di ricordi” (p. 76) ed egli si rese conto che doveva chiedere aiuto. Allora svegliò sua moglie la quale telefonò a chi di dovere. Il giorno dopo fu ricoverato in ospedale.

Nei due capitoli successivi, l’ospedale viene visto come un rifugio e una salvezza, “una sorta di carcere ordinato e benigno dove il tuo solo dovere è cercare di star bene” (p.80). L’autore migliorò gradualmente e “le fantasie di autodistruzione scomparvero quasi del tutto pochi giorni dopo il ricovero” (p. 81). Anche se non con entusiasmo, si sottopose alla terapia di gruppo e a quella artistica. Così a inizio di febbraio sentì rifluire in sé la vita.

Nel risalire alle cause remote della sua depressione, l’autore si sofferma nei due capitoli conclusivi sulla crisi depressiva del padre confermando così il carattere ereditario di questo male e soprattutto sulla morte di sua madre, avvenuta quando egli aveva tredici anni. Qualunque sia l’origine della depressione non bisogna però credere che non vi sia via d’uscita perché dalla “«selva oscura»” (p. 94), per citare Dante, dall’abisso più profondo, dall’inferno, si può uscire fino “«a riveder le stelle»” (p. 95).

Con questo libro, William Syron ci mette di fronte a “una disperazione al di là di ogni disperazione” (p. 95), un dolore così intollerabile da spingere la mente a pensieri autodistruttivi che a volte vengono messi in pratica perché unica possibilità per porre fine a tali sofferenze sembra quella di togliersi la vita. Sì, l’autore giunse all’orlo del suicidio ma, grazie alla devozione della moglie Rose e all’aiuto dello psichiatra, riuscì a fermarsi appena in tempo per trovare un’altra soluzione. Perché per quanto possa essere atroce l’orrore in cui ci si trova bisogna sforzarsi di chiedere aiuto. E anche se la fiducia in noi stessi e che un po’ di luce possa tornare a rischiararci sono praticamente inesistenti occorre non dare ascolto a quella voce che ci spinge a farla finita. Forse passare attraverso l’inferno della depressione è quanto di più difficile possa esserci, ma non bisogna dimenticarsi che al di là di esso c’è il ritorno alla vita, una vita che potrebbe persino essere migliore di quella che si viveva prima di scendere nel baratro.

Stefano Marsiglia

EPIFANIE

Questo articolo è una rielaborazione personale sul tema della pazienza e della speranza, legata all’importanza del sognare (anche ad occhi aperti), inteso anche come genuino atto solidale e non individualista. È apparso su https://bradipodiario.it/ e volentieri lo condivido con i redattori di Segn/Ali e il pubblico di lettori che compartecipano alla vita di questa testata folle ed eversiva”. E.S.

Quando le intuizioni proseguono sulla via

Dopo sogni ed incubi, abbandoniamoci alle sorprese che anche lo stato di veglia ci può riservare. Epifanie dello spirito, o dell’immaginazione. Intuizioni che sono come varchi, soglie, porte aperte al divenire in trasformazione.

Non semplici sogni ad occhi aperti, ma visioni che si sovrappongono al reale, aggiungendo a ciò che non esiste – qualcosa che potrebbe diventare. Può capitare anche riflessivamente, ripensando a qualcosa che ci è accaduto, sotto una diversa ottica, relativizzando le emozioni e il sentire del momento pregresso. O prendendo decisioni conseguenti, anche nel non semplice atto di considerare diversamente se stessi.

Può capitare fantasticando, ma senza vagheggiamenti, relativamente alla dimensione della possibilità. Possibilità di intraprendere un cammino, di fare una deviazione, di intervenire sull’esistente, criticarlo, cambiarlo, anche di poco.

Possibilità nell’offrire e nell’offrirsi, immaginando un nucleo di comunanza, un minimo comun denominatore che può fare da base, a quel che in tempi più abitati a considerare le utopie come potenziali sempre possibili (anche se mai totalmente costanti) un sogno collettivo, che si concretizza, lavorandoci su.

Verrebbe da citare un brano del boss, working on a dream. Perché l’immaginazione abbandonata ai flutti, non produce cambiamento, dà solo una vaga sensazione, una vacua seppur non disdicevole epifania. Ma l’intuizione va alimentata e coltivata e bisogna saper attendere e cambiare a seconda degli accidenti, proprio come per un contadino è strettamente legato il raccolto al clima, e alla pazienza e al lavoro speso per quel proposito.

Chi semina vento raccoglie tempesta, dice un detto. Ed è certamente vero. Ma il vento meglio i venti, sono fenomeni che sorgono nel variare e nello spostarsi d’aria, da regioni con più alta pressione ad altre con meno pressione. Sono cause di forza maggiore. Oggigiorno siam o costretti a confrontarci con questo tipo di predeterminazioni, ma non a ritenere che qualcosa si possa determinare nell’azione, soprattutto se collettiva.

Non sono un esperto in meteorologia, ma certe precipitazioni compromettono il raccolto prima che questo porti i suoi frutti. E capita che qualunque lavoro – detto in senso lato – venga vanificato da un accadimento avverso.

Nonostante ciò si piò osservare anche il disastro – relativo – come un’opportunità per ri-orientare il desiderio e continuare a coltivare progetti e visioni, sulla base di qualcosa che è effettivamente possibile, perché si presenta nello stato attuale con un’ombra, l’eco di una mancanza, che offro lo spunto per coglierne il potenziale.

Ciò che è ora non è stato un tempo, e non è ancora ciò che può diventare.

In queste settimane le cronache ci schiacciano su un clima oppressivo e preoccupante, e abbandonano gli attriti e fervono i dibattiti. Il fenomeno naturale della pandemia è intrinsecamente sociale (dunque economico, e quindi oggetto di interessi particolari) e immaginare un tempo in cui le cronache siano definibili del “dopovirus” è una provocazione intellettuale, la scommessa motivante di questa rubrica. Molte cose sono cambiate forzosamente a causa di questo fenomeno naturale e sociale.

E se c’è da tener presente che il suo aspetto naturale è origine del fenomeno sanitario, la componente sociale (anzi le diverse componenti) si sommano e infittiscono l’intrico del suo dispiegarsi. Si rischia la saturazione, o la bulimia, in un ripetersi di impressioni e reazioni scomposte o abitudinarie, rabbonite e acquietate, senza scarti e scatti d’immaginazione.

C’è una tendenza – e la speranza – al voler prospettare un futuro endemico e non pandemico al virus, alle sue varianti e alla malattia, sminuendone i costi sulla salute pubblica, diminuendo la gravità e la mortalità del contagio.

C’è un usufruire in maniera diversa delle opportunità offerte dalla tecnologia, che già da prima della pandemia era foriera di pregi e difetti, in quanto mezzo – e anche medium – non automatico. Dipende dagli usi che se ne fa. E questo discorso vale anche per la critica e per l’attenzione alle parole. C’è da considerare un’intuizione che è persino quasi predittiva, pertinente a ciò che si avverte ma non si sa dire o non si conosce la certezza del suo influsso. Presentimenti che se diventano ossessivi sfociano nella superstizione, o nella paranoia nella tanto diffusa credenza di teorie complottistiche, che spesso muovono l’agire – e non solo le transitorie opinioni – di non poche persone.

Ma c’è anche un’immaginazione per così dire nostalgica, ma senza dare un’accezione negativa a questa parola a questo sentimento. Per recuperare quelle buone prassi che favoriscono la lievitazione delle idee, o il loro decantarsi, conservando e con resistenza, l’opportunità di costruire qualcosa di nuovo, nuovissimo, anzi di antico.

Forse è nel concentrarsi a questo tipo di epifanie e di visioni semplici a cui si rivolge il mio invito, nate dalla convergenza di differenze apparentemente inconciliabili, ma coscritte in un determinato periodo storico, chiamato attualità. E la possibilità di agire e reagire insieme credendoci, di cambiare in piccolo, non in modo megalomaniaco, la realtà. Attivando comunità, aprendo nuove possibilità di aggregazione in presenza, immaginando intrecci di storie e percorsi, ritrovandosi nella contemplazione del proprio essersi temporaneamente persi. Un “temporaneamente” che può voler significare un bardo… anni, come pochi istanti, poco cambia. Un lasso di tempo che ci riporta in auge e riporta in auge sensazioni pregresse. Come un gioco della memoria, un filo fosforico che intesse una trama nell’oscurità, la delimita, ne costituisce la differenza che la accoglie, segnando un confine. E con questo tratto intendo giocare tra il limite che si crea il non più ormai, e la prospettiva che si delinea offrendo un fine, uno scopo, un obiettivo che è anche un orizzonte, verso il quale puntare lo sguardo, senza soffermarsi a ciò che appare così “reale” nello stato di veglia ma senza far ricorso a diavolerie tecnologiche da realtà aumentata o metaversi, osservando il potenziale mutamento di ciò che è e potrebbe diventare. Bisogna partire dalle cronache per fare Storia. Affinché il passato non sia trascorso invano, e affinché il presente non si cristallizzi in qualcosa di immutabile.

Questo presuppone un avvicinarsi e un dirimere se possibile le contraddizioni esistenti soprattutto là dove sono impedimenti (veri e presunti). I processi – soprattutto in un regime democratico – sono problematici e instabili. E non è la sola economia a fare da motore alla ricerca e al cambiamento, personale e collettivo. Così come non bastano intuizioni e suggerimenti. Che hanno l’inconsistenza di impressioni, suggestioni, echi volatili di altre superstizioni ben più persistenti perché rimandano a ciò cui abitualmente si è soliti credere, o alla propria esperienza vissuta (ma non eterna). Sono un residuo, un resto, una resa. E come tali sono un segno che agisce ben più delle impressioni del momento. Ma noi umani sappiamo sognare anche da svegli, e immaginiamo ciò che ancora non è. Sperando (come augurio per un bene più diffuso e un minor malessere), desiderando, fissando l’orizzonte prospettico e temporale verso il quale tendiamo a partire dal sentire presente.

Le cronache del dopovirus di questo inizio 2022, vogliono essere un invito a dare linfa all’immaginazione, a coltivare le epifanie dello stato di veglia, e a condividerle in una sempre più diffusa, partecipata, alternativa alla noia, alla routine all’assuefazione che lo stato dell’arte attuale pandemico ci tartassa. Basta poco, per far il necessario, ovvero il giusto.

Avrei voluto includere a questo testo un link per un blog personale, aggregato al “fratello maggiore” bradipodiario un re-visione di scritti e memorie pregresse, che diano tempo di sorprendersi di ciò che continua attraversa i cambiamenti e se ne fa portatore volitivo, desiderante.

Perché se è vero che non esiste futuro partendo dalla considerazione del presente, è altrettanto vero che e importante l’importanza dello sguardo sul passato, personale o storico.

Per alcune difficoltà in questo periodo travagliato il blog ancora non è disponibile (non sarà solo un blog d’archivio!)

Ma condivido con voi bradipo-lettori la promessa di aggiungerlo nel prossimo episodio di cronache del dopovirus, sperando davvero che la curva pandemica si sia abbassata e che ci sia un clima meno preoccupante.

Per il momento vi invito a fare buoni propositi e a lasciare libero spazio all’immaginazione condivisa e alla sua possibilità di concretizzazione, che è insita nel lavoro individuale e collettivo.

Buon proseguimento e buon cammino a bradipodiario e alla sua piccola repubblica di lettori anche nel 2022!

Enea Solinas

La cura Schopenhauer

IRVIN D. YALOM, The Schopenhauer Cure, tr. it. di Serena Prina, La cura Schopenhauer, Vicenza, Neri Pozza Editore, 2005, 479 pp.

A Julius Hertzfeld, professore di Psichiatria presso l’università della California e terapeuta, venne diagnosticato dal dermatologo Bob King (che in passato era stato suo paziente per curarsi dalla dipendenza dal Vicodin) un melanoma. Facendo ulteriori accertamenti, si scoprì che la situazione era ben più grave di quel che sembrava e Bob comunicò a Julius che gli rimaneva «un anno di buona salute».

Nel tentativo di trovare un po’ di conforto, una notte, non riuscendo a dormire, Julius posò lo sguardo sui libri della sua biblioteca e l’attenzione gli cadde in particolare su una copia di Così parlò Zarathustra, che iniziò a sfogliare. «Per quanto Zarathustra esaltasse, persino glorificasse la solitudine, per quanto richiedesse l’isolamento per poter generare grandi pensieri, egli era ciò non di meno impegnato nell’amare e nel sostenere gli altri, nell’aiutare gli altri a perfezionare e trascendere se stessi, nel condividere la sua maturità» (p. 22).

Fu allora chiaro a Julius che avrebbe trascorso il suo anno finale facendo il terapeuta, ciò che amava più di tutto. Prese così in esame le vecchie cartelle dei suoi pazienti tra le quali spiccò quella di Philip Slate con il quale sembrava aver avuto, più di vent’anni prima, un fallimento nel percorso terapeutico. Decise allora di contattarlo scoprendo, con grande incredulità, che anche Philip era diventato un terapeuta. Com’era possibile che un uomo così privo di empatia, sensibilità e attenzione per gli altri e per giunta ossessionato dal sesso potesse svolgere un simile lavoro? I due si diedero appuntamento.

Giunto da Philip, questi precisò subito a Julius quanto fu fallimentare il loro rapporto terapeutico. Gli disse anche di aver abbandonato il suo lavoro da chimico e, nel tentativo di superare l’ossessione dal sesso, di aver abbracciato completamente la filosofia, ottenendo il dottorato alla Columbia e diventando in seguito docente. Proprio alla Columbia, durante le sue letture – concluse Philip –, incontrò il terapeuta perfetto: Arthur Schopenhauer.

Quella sera, dopo il loro incontro, Julius si accorse di aver ricevuto una mail con la quale Philip lo invitava a una conferenza che avrebbe tenuto al Coastal College dove avrebbe fatto una breve panoramica del pensiero di Schopenhauer. Julius ci andò e, al termine della lezione, Philip gli disse che per ottenere la licenza di consulente (al momento praticava come filosofo clinico) aveva bisogno ancora di duecento ore di supervisione professionale. Ecco la proposta: Julius gli avrebbe fatto da supervisore e lui in cambio gli avrebbe insegnato tutto su Schopenhauer. Julius si prese qualche giorno per rifletterci prima di incontrarlo e dargli una risposta. Quest’ultima fu la seguente: avrebbe fatto da supervisore a Philip se e solo se lui prima avesse frequentato per sei mesi come paziente il suo gruppo di psicoterapia. Philip accettò ottenendo però che le ore di terapia di gruppo valessero come supervisione.

Nonostante l’atteggiamento poco cordiale, Philip venne accolto positivamente dal gruppo (i membri erano: Tony, Rebecca, Bonnie, Stuart e Gill. Mancava Pam perché stava facendo un viaggio di due mesi). All’incontro successivo, Julius decise di dire al gruppo del suo grave stato di salute ma scoprì che ne era già stato messo al corrente da Philip, facendolo arrabbiare. Bonnie notò che se fosse stata presente Pam avrebbe saputo cosa fare in una situazione così difficile. Su invito di Julius, Rebecca chiarì a Philip che Pam aveva lasciato il marito per l’amante ma che questi aveva deciso di restare con la moglie, così lei si trovò in contrasto con entrambi gli uomini. In preda alla disperazione, andò in India per un ritiro di meditazione buddista.

Nel frattempo, Pam era sul treno Bombay-Igatpuri per recarsi sul luogo del ritiro e conobbe Vijay,   anche lui con la stessa destinazione. Grazie alla meditazione, Pam riuscì a placare i pensieri ossessivi legati a John (l’amante) e a Earl (il marito) e quando questi si riaffacciarono con forza si rese conto che né loro due né Vijay la meritavano.

Proseguivano intanto gli incontri del gruppo e nel corso di uno di essi Bonnie disse di sentirsi meno importante degli altri membri. L’attenzione si spostò successivamente su Philip il quale sostenne che il non aver bisogno di nessuno era il modo migliore per non essere mai soli.

Al nuovo incontro, Pam rientrò nel gruppo e, vedendo Philip, si irritò notevolmente perché quindici anni prima lei frequentò alcune lezioni estive alla Columbia con l’amica Molly e Philip, allora assistente del corso, mentre ebbe una storia con Molly, fece sesso con lei per poi mollarla. Philip lasciò anche Molly la quale vide la lista delle donne con cui lui aveva fatto sesso quel mese e in cima all’elenco trovò il nome di Pam. Questo segnò la fine dell’amicizia tra le due ragazze.

Cercando di allentare la tensione tra Pam e Philip, la volta successiva, Rebecca rivelò al gruppo un segreto: all’incirca quindici anni prima, quando mancavano un paio di settimane al suo matrimonio, a Las Vegas, fingendosi una prostituta, ebbe dei rapporti sessuali con degli uomini. Stuart così prese coraggio e confessò al gruppo che, all’incirca tredici o quattordici anni prima, nell’albergo dell’aeroporto di Miami, fece sesso con una donna attraente ma non del tutto in sé. A lui sembrava di aver approfittato di una persona malata e, in quanto medico, questo era inaccettabile.

Condividendo anche lui un segreto, all’incontro successivo Gill rivelò al gruppo di essere un alcolista. Persino Julius, la volta seguente, fece una rivelazione dicendo che, a seguito della morte di sua moglie Miriam, provò un tremendo impulso sessuale che soddisfò con amiche che cercavano di consolarlo. Questo avrebbe potuto intralciare la terapia di Julius con Philip, il quale aveva problemi simili – suggerì Tony la settimana seguente, dopo che Philip parlò della sua dipendenza sessuale di un tempo e Julius spiegò le ragioni che lo avevano indotto a ricontattarlo. 

In generale Julius poteva dirsi soddisfatto dei progressi del gruppo il quale, di quando in quando, chiedeva a Philp come Schopenhauer gli fosse stato d’aiuto e lui lo accontentò fornendogli una breve spiegazione del pensiero del filosofo tedesco che, in definitiva, fu la prima persona ad averlo compreso. Ma la vera bomba esplose quando Pam rivelò di avere una relazione con Tony che decise di interrompere a beneficio del gruppo.

Durante gli incontri successivi, Pam disse (con sorpresa) di come Philip fosse stato uno dei migliori insegnanti che avesse mai avuto. E questo, suggerì Julius, potrebbe aver aggravato il suo senso di delusione e tradimento. Incoraggiato da Julius, Philip parlò dei sentimenti che provò quando Pam disse di avere una relazione con Tony.

Al penultimo incontro, Julius rivolse a Philip la domanda su quale fosse il suo vero se stesso e lui rispose di essere un «mostro», un «predatore», un «solitario». E con gli occhi pieni di lacrime aggiunse: «Nessuno che mi abbia conosciuto mi ha amato. Nessuno potrebbe amarmi» (p. 447). Così Pam gli strinse la mano e lo consolò.

Prima che potesse tenersi l’incontro d’addio, Julius entrò in coma e morì. Tre anni più tardi, Philip, sulle sedie lasciategli in eredità (ragione per cui pianse) da Julius, tenne il suo primo incontro di gruppo e Tony era il suo assistente.

Come si evince da quanto detto finora, Irvin Yalom mette al centro di questo romanzo il valore terapeutico della psicoterapia di gruppo. Perché è proprio attraverso il dialogo e l’interazione tra i suoi membri che i nodi esistenziali vengono in parte sciolti e riconsiderati sotto una prospettiva che tenga anche conto della capacità di perdonarsi e perdonare. Condividere un problema con altre persone ed enuclearne i tratti più spinosi è un modo per non sentirne tutto il peso sulle proprie spalle e avere un punto di vista esterno.

Di questo è convinto anche Julius il quale decide di vivere il suo anno finale continuando a condurre il gruppo di psicoterapia. E julius, come abbiamo visto, decide anche di darsi una seconda possibilità con Philip, un vecchio paziente con il quale aveva fallito. In passato Philip si era rivolto a Julius perché soffriva di una grave forma di sessuomania ma, nonostante i grandi sforzi, Julius non riuscì ad aiutarlo. Philip sostiene ora di essere guarito grazie a quella che potrebbe essere definita “la cura Schopenhauer”, ovvero l’assimilazione e la messa in pratica del pensiero del filosofo tedesco. Ma Philip è in realtà intrappolato nel suo narcisismo e nell’incapacità di creare dei legami affettivi. Proprio per questo Julius lo fa entrare nel gruppo e, a poco a poco, Philip riesce a sciogliere le proprie emozioni ed entrare veramente in relazione con gli altri, scoprendo come ciò fosse importante per diventare un consulente filosofico.

Questo romanzo, in cui i capitoli che trattano degli incontri di gruppo si alternano a quelli dedicati alla vita di Arthur Schopenhauer, sottolinea, in ultima analisi, che se si evitano gli affetti per non soffrire si vive solo parzialmente.

Stefano Marsiglia

IL PICCOLO BUDDHA DEL FIORE ED I COMBATTIMENTI DEL NERO METALLO

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KIRARA

 

 

I PENSIERI DI KIRARA ,SCORREVANO NEL TEMPO COME UN FIUME DOLCE, CHE, SCENDE  A VALLE.

AVREI PER SEMPRE, PRESERVATO  QUELLA LUCE SAPIENTE E TRAQUILLA CON AMORE.

IL TEMPO NELLA VITA DEI GUERRIERI ERA FATICOSO E IMPERNIATO DI INSIDIE:RIVALITA’ E CLAN OSTILI;SI DOVEVA SOPRA OGNI COSA CONSERVARE L’ETERNO SAPERE DELLA GIOIOSA TERRA,IL NOSTRO PIANETA DI LUCI ED OMBRE CHE PERO’ CI DAVA FORZA PERCHE’ NUTRIVA CON MANO AMOREVOLE SIA ME CHE KIRARA.  NON VOLEVO PENSARE A QUANDO LEI, ERA INTRISA DI PENSIERI OSCURI E SI IMBRUNIVA. LA VEDEVO SOLAMENTE NELLA LUCE DEL SOLE E, NELLA PALLIDA LUNA , CHE CI LEGAVA PER L’ETERNITA’,

 

 

IL TEMPIO

 

UKA, SOLEVA ANDARE AL TEMPIO LA MATTINA PRESTO. L’I NVOCAZIONE RIPETUTA CON LA FLEBILE VOCE DI UKA , ERA PROFERIRE E RINGRAZIARE IL BUDDHA E LE CREATURE CELESTI.

UKA,  AMAVA L’AUTUNNO, LA PIOGGIA. LA BREZZA, CHE LE SFERZAVA IL  VISO.

IL SUO ANIMO CONVOGLIAVA OGNI INVOCAZIONE  TRA LA MAPPA CELESTE  E CIO’ ERA COME SE LE LACRIME DEL BUDDHA GIOCASSERO NEL CIELO NEL MENTRE UN BIMBO GIOCAVA INVECE  CON LE PERLE DI VETRO.

INFATTI , I SENTIERI DELLA VITA , LISCI O TORTUOSI PER VOLERE DELLE POTENZE CELESTI: GIOCANO E GIOCANO E GIOCANO RIDENTI NEL BLU DELLA VOLTA AZZURRA.

 

 

KIRARA E KOISHEN

 

IL RAPPORTO TRA DI LORO ERA PER COSI’ DIRE FIORITO DURANTE UN ASSEDIO STANDO FIANCO A FIANCO.

KIRARA SI IMPONEVA DI ESSERE IMPCCABILE NELLE VIRTU’ DI CORAGGIO E LEALTA’CHE IL RUOLO DI GUERRIERA RICHIEDEVA.

DURANTE L’ASSEDIO E VINTO QUEST’UTIMO SI ERANO CONOSCIUTI BENE E AVEVANO UN LORO SENTIERO, COMUNICAVANO CON OGNI CREATURA ANCHE LA PIU’ INFIMA PERCHE’ ERANO GENEROSI E FELICI DI VIVERE.

CHI HA AVUTO IN DONO LE DOTI DEL SENTIERO CELESTE E LOTTAVA PER CANALIZZARE TUTTO CIO’ CHE LA RIGUARDAVA NELLA LUCE DEL SENTIERO VEDICO. KIRARA DI FRONTE A KOISHEN TREMAVA EGLI, AVEVA UNA VIRILITA’ E UN CORAGGIO CHE AVEVANO CATTURATO L’ANIMA E L’AMORE DI KIRARA; ERA UN AMORE PROFONDO E INTIMO QUASI POTESSE PERMETTERSI DI ESSERE FANCIULLA IN FIORE E FELICE E NON INVECE TRISTEMENTE UNA GUERRIERA.

 

PARALLELAMENTE UKA E TOKAI

 

UKA E TOKAI SI ERANO CONOSCIUTI NEL MONASTERO ALLE PENDICI DEL MONTE DELLE NEVI AVEVANO LA BELLEZZA DELL’ETA’ ADOLESCENZIALE TOKAI INSIEME A KIRARA E KOISHEN AVEVA COMBATTUTO NELLA LORO REGIONE E CITTA’ DELLE VARIETA’ AZZURRE. TOKAI PUR ESSENDO DI SPIRITO RIBELLE SI RECAVA AL TEMPIO (LO STESSO TEMPIO CHE AVEVA DISPENSATO KIRARA DAI SERVIZI PUBBLICI PERCHE’ PRECOGNITIVA) SI CONCENTRAVA COME UN NAVIGANTE E AVEVA CONOSCIUTO UKA ED ERA COMPARSO L’AMORE.

 

 

UKA ERA LA FIGLIA ADOTTIVA DI KIRARA NON LE ERA CONCESSO COMBATTERE ED ERA PERSINO UN PO’ STRANO L’AMORE TRA LEI E KIRARA. KIRARA INFATTI AVEVA SOFFERTO DURANTE IL MATRIARCATO DELLA MATRIGNA UKA INVECE ERA DI SECONDE NOZZE. KIRARA OFFRIVA INCENSO ALL’ALTARE DELLA NONNA DI UKA COME UN RITO DI GUERRA LASCIAVA INFATTI TUTTO CIO’ CHE AVEVA PER FAMIGLIA PER COMBATTERE. KIRARA NON POTEVA RECARSI AL TEMPIO ELLA COMPIVA SOLO DOPO ESSERE STATA DISPENSATA IL RITO DEI GUERRIERI VETERANI NELLA PROPRIA CASA DEDICATO A DAR PACE E PURIFICARE LA MENTE SALUTANDO LO SPIRITO DEI DEFUNTI. KIRARA AVEVA ISTRUITO LA BIMBA LE DICEVA “PICCOLO RICCIOLO FULVO” E LE DICEVA COSE CHE LA DISTRAESSERO DALL’ASSEDIO DI BLANDIKA. KIRARA PURTROPPO LE INSEGNAVA L’AMORE ERA RIUSCITA A RESISTERE DOPO L’ASSEDIO E AMAVA IL MONDO DEI PICCLI FATTO DI PREGHIERA, SPRUZZI D’ACQUA E GIOCHI. DOPO TUTTO ALL’ALTARE DI CASA KIRARA POTEVA PREGARE PER LE ANIME DI COLORO CHE AVEVA DOVUTO UCCIDERE DURANTE L’ASSEDIO DELLA CITTA’.

 

I TRE GUERRIERI GODEVANO DI UN PICCOLO MOMENTO DI PACE, MA NON ERA PACE VERA QUANDO KIRARA RITORNAVA A CASA CON KONSHEN E TOKAI UKA PULIVA GLI STIVALI E SI OCCUPAVA DEI MANTELLI ED ERANO GLI UNICI MOMENTI DA FIABA IN CUI POTEVANO GIOCARE TRANQUILLAMENTE E STRAE CON I LORO CAVALIERI. NESSUNO FACEVA CASO AL FATTO CHE IN QUELLA FAMIGLIA LE DUE RAGAZZE NON FOSSERO STATE UFFICIALIZZATE DAL LEGAME CON I LORO CAVALIERI PERCHE’ L’ASSEDIO ALLA CITTA’ DI BLANDIKA ERA STATO ORRIBILE E POCHI ERANO SOPRAVVISSUTI… MA INFINE AVEVANO VINTO, I DUELLI ALL’ULTIMO GUERRIERO.

 

 

 

P.S.   DEDICATO A CIO’ CHE E’ INVISIBILE AGLI OCCHI CHE E’ LA SFERA CELESTE DEI GUERRIERI DI LUCE

 

 

KIRARA ERA STATA DISPENSATA DAI MONACI DEL TEMPIO PERCHE’ AVEVA LE VISIONI DI U GELSOMINO OGNI VOLTA CHE LE GIUBBE GRIGIE SI AVVICINAVANO A QUALCHE TEMPIO. NESSUNO CREDEVA IN UNA PACE DURATURA, I MERCATI VENDEVANO GLI STIVALI DI GUERRIERI UCCISI IN BATTAGLIA E COMUNQUE COLORO CHE ATRAVERSAVANO I MONTI PER GLI APPROVIGIONAMENTI CON GLI JAK ERANO FURBI MA NON PORTAVANO MAI ABBASTANZA CIBO PER TUTTI. QUESTO ERA QUELLO CHE STAVA SUCCEDENDO A BLANDIKA E AI NOSTRI QUATTRO AMICI.

 

 

I MONACI DEL TEMPIO ALLE PENDICI DELLE NEVI AVEVANO ELETTO UN BIMBO INCARNAZIONE DEL BUDDHA PER SEGNI INCONFUTABILI. AL TEMPIO DELLE NEVI IL BAMBINO ERA CHIAMATO UFFICIALMENTE IL BUDDHA CHE FIORISCE. C’ERA STATO U PRESAGIO TANTI TANTI UCCELLI CHE SI ERANO CONVOGLIATI SUL SUO TETTO IN UNA REGIONE LONTANA DOVE VIVEVA CON LA POVERA FAMIGLIA. SI SENTIVA UN INTENSO PROFUMO DI GELSOMINI E I MONACI DEI DINTORNI RICONOBBERO IL PRESAGIO PERCHE’ IMPROVVISAMENTE GLI UCCELLI SCAPPARONO PERCHE’ ACCECATI DA UNA LUCE PRODIGIOSA.

IL BUDDHA DEL FIORE AVEVA DOVUTO SUPERARE MOLTE PROVE PRIMA DI ESSERE ACCOLTO COME DIVINITA’ DAL BUDDHA EREDITARIO MA AVEVANO AVUTO TALMENTE TANTI SEGNI DA INVESTIRLO UFFICIALMENTE AL MONASTERO ALLE PENDICI DELLE NEVI.

 

 

I MONACI SI ERANO APPENA SVEGLIATI, QUANDO UN PRESAGIO PER LA CITTA’ DI BLANDIKA CIOE’ UNA LACRIMA DEL BUDDHA IN FIORE, SI ERA FATTA GEMMA PREZIOSA. LE GIUBBE GRIGIE STERMINAVANO I GUERRIERI CELESTI COME KIRARA, KOSHEN E TOKAI…DISTRUGGEVA I TEMPLI COME SFREGIO E FACEVANO COSE CHE FACEVANO INORRIDIRE I MONACI E LE DONNE. PERO’ ESISTEVA IL MONASTERO, E LASSU’ ALLE PENDICI DELLE NEVI NESSUNO L’AVREBBE MAI VEDUTO. KIRARA AVEVA AVUTO UN SENTORE DI ODORE DI GELSOMINO E I TRE SI LANCIARONO ALL’ATTACCO E SI NASCOSERO DIETRO DEI SACCHI DI SABBIA. KIRARA ACUTAMENTE ERA PRONTO A CERCARE IL GRIGIO DELLE GIUBBE GRIGIE IL GRIGIO DELLE LORO UNIFORMI USCIRONO DA QUESTA BATTAGLIA CON LIVIDI SU TUTTO IL CORPO E QUALCHE CICATRICE MA FURONO CURATI CON QUEL POCO CHE RIMANEVA DEI MEDICINALI CHE SERVIVANO ANCHE PER GLI ALTRI FERITI E SEPPELLIRONO CON FATICA I CADAVERI CHE POTEVANO PORTARE CONTAGIO. KIRARA ERA STANCA PER NESSUN NEMICO AL MONDO AVREBBE RINUNCIATO ALLA SUA VITA E A QUELLA DEI SUOI CARI.

 

 

CIO’ CHE SUCCESSE PER COLPA DI MUKIMA CHE FORGIAVA LE SPADE

 

MUKIMA SI ERA VENDUTA AI NEMICI DEL BUDDHA IN FIORE PERCHE’ AVEVA RUBATO UNA LACRIMA DIVENTATA GEMMA E L’AVEVA INCASTONATA SULLA PROPRIA SPADA. AVEVA PASSATO DUE ANNI A RAZZIARE TUTTI I VILLAGGI COME UN PREDONE QUALSIASI MA IL SUO SCOPO PRINCIPALE ERA UCCIDERE IL BUDDHA IN FIORE  NEMICO PERCHE’ SIMBOLO DELLA PACE. EBBE LA SUA OCCASIONE. SI PRESENTO’ ALLA PRESENTAZIONE DELLE SPADE CON SPADE BELLISSIME E FORGIATE BENE. NETURALEMENTE A QUESTA CERIMONIA ASSISTEVANO ANCHE I MONACI E IL BUDDHA IN FIORE MA QUELLA NOTTE IL BUDDHA IL FIORE VIDE LE POTENZE CELESTI SCATENERSI E SI SVEGLIO’ COPERTO DI SANGUE E PER DI PIU’ GLI FACEVA MALE UN BRACCIO. ALL’ESPOSIONE IL PICCOLO BUDDHA DI CINQUE ANNI AVEVA CHIAMATO IN AIUTO TUTTE LE FORZE CELESTI ERA SPARITO NEL MENTRE MUKIMA AVEVA TENTATO DI INFILARGLI UNA SPADA NEL PETTO IN UN PULVISCOLO D’ARGENTO NON VENNE FERITO. MUKIMA FU BANDITA E TUTTE LE SUE SPADE PROFANATE E SPEZZATE.

 

 

VOI SAPETE BENE CHE IL SANGUE DEL BUDDHA IN FIORE E’ SACRO E IL BIANCO DEL GIGLIO SONO SIMBOLO DI SACRILEGIO E TALI COSE NON POSSONO ESSERE ACCETTATE DALLE POTENZE COSMICHE.

 

 

CI FU ANCORA UNA BATTAGLIA…L’ULTIMA IN CUI I TRE NOSTRI EROI SI LANCIARONO MANDANDO LA SEGUGIA KIRARA E RITORNANDO NELLE SOLITE CONDIZIONI…CON QUALCHE GIOVANE DLE VILLAGGIO IN MENO. DOPODICHE’ KIRARA FU CHIAMATA AL TEMPIO. ERA PIENO INVERNO E LEI VIDE L’IMMAGINE DEL GELSOMINO NELLA SUA MENTE E LE PARVE DI VEDERE IL BUDDHA IN FIORE. FU DURISSIMO ARRIVARE FIN LASSU’ A KIRARA MANCAVA QUALCHE STRATO DI PELLE SUL VISO E KOSHEN ERA SEMI CONGELATO ALLE ESTREMITA’. ENTRARONO NEL TEMPIO DOVE VIGEVA UN SILENZIO ASSOLUTO. SI INCHINARONO AI MONACI E VIDERO IN UNA VOLTA LARGA ACQUA CHE SI MUOVEVA SEGNO DI CALMA E DI VITA MA CREDEVANO ANCORA DI AVERE UN’ALLUCINAZIONE. C’ERA UNA STRANA STATUA. IL BUDDHA DELL’ESTASI ASCETICA E IMPROVVISAMENTE LA STATUA MOSSE UN BRACCIO E SI UDI’ LA VOCE DEL BUDDHA CHE FIORISCE CHE PARLO’: “UNIONE ETERNA” PROFERI’ E DISSE A  KIRARA  CHE ERA INCINTA DI DUE MESI MENTRE A LEI PRES EIL VOMITO DALL’ODORE DI GELSOMINO E FURONO COSI’ CONGEDATI DAI MONACI CON PETALI DI FIORI. IL RITORNO FU UN MIRACOLO DEL COSMO CELESTE. TOCCO’ INVECE A UKA E TOKAI VEDERLI TORNARE, I DUE PERO’ PER LO SFORZO E PER LA LORO TENERA UNIONE GIAQUERO ABBANDONATI PER SETTE MESI ED ERANO PASSATE MOLTE LUNE QUANDO KIRARA SI SVEGLIO PER LE DOGLIE E MISE  AL MONDO KOTU. IL BAMBINO ERA MERAVIGLIOSO CON GIA’ QUALCHE CAPELLO COME IL PADRE E UKA E TOKAI I PRIMI MESI NON LI LASCIARONO MAI E TUTTI ATTORNO AL BAMBINO CERCAVANO DI MANTENERE IL SILENZIO. SENTIVANO CHE ERA SPECIALE.  KOISHEN CONTINUO’ A COMBATTERE NEL MENTRE KIRARA FACEVA LA MAMMA.

 

 

IL FRUTTO

 

KOTU AVEVA QUATTRO ANNI QUANDO SAPEVA GIA’ L’ALFABETO E I NUMERI, QUEST’ANNO ERA IL SUO QUINTO COMPLEANNO. SAPEVA SCRIVERE IN CARATTERI BELLISSIMI GELSOMINO MA IL DESTINO GIOCO’ CON L’ETERNITA’. UNA NOTTE FURONO TUTTI INVESTITI DA UNA LUCE FORTE E NON SI VIDERO PIU’ NE’ SOLE NE’ LUNA MA TUTTO ERA ILLUMINATO DI UNA LUMINESCENZA PARTICOLARE E TUTTI VIDERO UCCELLI  A COPPIE… RONDINI, OGNI UCCELLO COMPAGNO DI UN ALTRO E SPUNTARONO DAL TERRENO GELSOMINI. SI SENTI’ UN SUONO COME LA PACE E LA BELLEZZA CREATA. I MONACI IN QUEL MOMENTO SI BUTTARONO A VALLE E PRESERO CAPO ALL’ISTRUZIONE DI KOTU. DISSERO A KIRARA E KOISHEN DELLA BENEDIZIONE DEL BUDDHA DELL’ESTASI ASCETICA E NEL VILLAGGIO CAPIRONO CHE ERANO PASSATI MILLE ANNI E LO CAPIRONO ANCHE ALLE PENDICI DELLE NEVI PERCHE’ QUESTO GIOCO’ IL BUDDHA IN FIORE. ERANO PASSATI MILLE ANNI E IN TUTTA LA REGIONE SI VEDEVA GENTE NUOVA NON GLI SEMBRAVA POSSIBILE NON AVERE PIU’ UN NEMICO DA COMBATTERE E EVERE OTTENUTO LA PACE. C’ERANO ALTRI VENTI CHE PORTAVANO LA GENTE IN TIBET UNA SPECIE DI DEMOCRAZIA LA NASCITA DI KOTU ERA STATA FONDAMENTALE ERA UN BAMBINO CON POTERI STRAORDINARI. L’IMPERATORE CELESTE CHE PERO’ DIFENDE OGNI CREATURA AVEVA STESO LA SUA MANO DI POTENZA SU COLORO CHE PROFESSANO PIU’ L’AMORE CHE LA GUERRA. A VOLTE RENDE I SUOI GUERRIERI INVISIBILI AL NEMICO PER PORTARLI SULLA CITTA’ CELESTE AZZURRA SIA PER CONVALESCENZE CHE PER ALTRI MOTIVI.

 

 

POST FAZIONE

 

QUESTO RACCONTO E’ DEDICATO A CHI HA IN ODIO LA VIOLENZA SULLE VITE UMANE E RISPETTA LIBERTA’ DI CULTO E LA PACE.

HO DOVUTO AMBIENTARLO IN TIBET PERCHE’ RITENGO CHE IN QUEL PAESE CI SIA UNA CONSAPEVOLEZZA MAGGIORE E LA COMPRESIONE DI OGNI INFINITESIMALE ESSERE VIVENTE.

HO SCRITTO QUESTO RACCONTO DEDIVANDOLO AL BUDDHA DELLA COMPASSIONE IL DALAI LAMA CHE HA CARI I VALORI DELL’ANIMA INTESI COME ESSENZA PURA E INCONTRA CON GIOIA IL MONDO ESSENDOSI SALVATO DALLA GUERRA.

DEDICATO AI MIEI AMICI OPERATORI ATTUALI CON ASSOLUTA DEDIZIONE ALL’INCONTRO D’AFFETTO AL COSMO E ALLA MADRE TERRA MISTERIOSA EPPUR COSI’ SEMPLICEMENTE DA ME AMATA.

CLAUDIA SAVORELLI

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MUNDUS IMAGINALIS

di Enea Solinas

In anteprima dal prossimo numero di Segn/Ali, appare la presente poesia, parimenti suscitata da Miles Davis e James Hillman, e da una qual certa alchimia tra i colori dell’arcobaleno…

Buona lettura. Buon ascolto. Buona visione. Buon viaggio.  

 

MUNDUS IMAGINALIS

 

Azzurro profondo soffuso

di notte e giorno è un infuso,

smalto morbido in lucida mente

che pare danzare un tango celeste

nel rilascio dell’io in me presente,

sintomo e riassunto di tutte le feste.

 

Cercando un rustico poroso decoro,

tasto la viva, traspirante e bruna terra

i cui odori e colori sono fertile oro

che esige amorevole lotta, non guerra!

 

Un augusto lucore, mai abbastanza stanco,

ossessiona l’impeto di un tumulto fiero;

indiviso sento battere il mio cuore bianco,

nel riposo tormentato di un angelo nero.

 

Un brivido mi spossa, bruciante di rosso

tempestato di provviste ametiste viola,

e mentre la carne mia non molla l’osso,

la pelle si irrora del vespro della parola.

 

Poi, in un istante giocoso, vedo la rosa

bagnata d’aurora e da tiepida rugiada,

sfiorata dall’alito del tempo che si posa

come una lacrima, sul ciglio della strada.

 

Ed è un acido gialloverde che sa di cloro

che muove d’istinto il mio sentimento:

alzandosi il sole, brucia nel mondo l’oro,

intinto appena in uno sguardo d’argento.

 

Ora, l’orizzonte non fugge né si disperde,

ma dilata l’azzurro profondo nel verde,

qui, mentre ascolto silente blue in green

 

 

 

 

MUNDUS IMAGINALIS_ES

 

BRUTTI, SPORCHI E L’OMBROSI!

foto l'ombroso

Incalza la polemica, la lotta a colpi di petizioni e contropetizioni, la caccia alla giustificazione pubblicitaria, il (para)pressappochismo ideologico 2.0, e di certo non ci sottrarremo a dire la nostra.

Come alcuni fra voi avranno letto o seguito sui giornali, è in corso una contrapposizione tra la scienza e la fuffa, che ha per “vulnus” l’esistenza del museo di antropologia criminale Cesare Lombroso. (vedi link: http://www.lastampa.it/2015/10/12/cultura/il-museo-lombroso-divide-il-web-due-petizioni-opposte-su-changeorg-Sln2fVFvDVh4DL9DVBpnEM/pagina.html )

Chiariamo subito che tra chi sostiene che tale museo sia un’offesa perpetrata a danno dell’onore del mezzogiorno, un covo di pericolosi razzisti che propagandano il verbo positivista della criminalizzazione dell’individuo non conforme alla norma frenologica, e chi più cautamente ci tiene a ricordare che un museo è un museo, un luogo di cultura e didattica pensato per testimoniare e far riflettere sul pensiero di una certa epoca storica (e per mostrare come esso sia poi mutato), parteggiamo decisamente per questi ultimi.

Ma vorrei ugualmente esprimere un punto di vista, credo più urgente… perché, indeciso tra il sorriso sarcastico e il latte alle ginocchia nel sentire le accuse e le mosse adottate per sostenere la Nobile Causa, mi vien da pensare che sia a suo modo l’ennesimo esempio di retorica, tattica politica mista a pubblicità, dispositivi burocratici da azzeccagarbugli, occupazione abusiva di spazi destinati con più buon senso al dibattito pubblico, e soprattutto ennesima banalizzazione di una questione che meriterebbe altre teste (ehm… vive!).

Perché non accusare allora, già che ci siamo, il museo Lombroso di esporre della “merce” brutta, sporca e l’ombrosa?

Da membro del clan de “L’ombroso”, rispondo così, in nome di una Scienza basata sulla Fiducia, la Sapienza, e l’Intelligenza di tutti voi che mi state leggendo:

La figura di Cesare Lombroso, il suo pensiero, è giustamente criticabile, e ciò lo si può fare con un discorso storico, filosofico, o scientifico. Ma più che prendersela con Cesare Lombroso (al momento impossibilitato a replicare) bisognerebbe forse ricordarsi di chi continua, mutatis mutandis, a pensarla come lui, e ne fa derivare conseguenze deleterie sulla salute pubblica attuale.

Invito tutti, nuovamente, ad informarsi e a firmare la petizione che mira a cambiare i codici di legge che presuppongono l’equiparazione  del disagio o della sofferenza mentale allo stato di pericolosità sociale: (vedi: http://www.societapericolosa.it/ )

E ricordo a tutti, ancora, che se poi in giro per l’Italia accadono fatti gravi, addirittura tragici, legati per esempio alle procedure di TSO (trattamento sanitario obbligatorio) che la legge Basaglia (Basaglia, non Lombroso!) predispone, ciò è dovuto (oltre che al mancato senso di responsabilità di chi attua questi provvedimenti) ad un inquinamento che danneggia i rapporti tra persone (persone, non patologie!). Un inquinamento perpetrato con retorica, tattica politica mista a pubblicità, dispositivi burocratici da azzeccagarbugli, occupazione abusiva di spazi destinati con più buon senso al dibattito pubblico, e banalizzazione del discorso al fine di perseguire interessi particolari. A coloro che trattano da cronisti questi episodi, o che addirittura, da una posizione di carica pubblica, intervengono commentandoli con modi e pensieri lombrosiani, distorcendo e capovolgendo paradossalmente il senso della legge Basaglia, inviterei a farsi un esame di coscienza, e ricorderei che la salute mentale è una questione che riguarda la società nel suo complesso.

Perché qui nessuno pensa di essere una testa di cranio, ma esseri umani – anche se brutti, sporchi e l’ombrosi!

Enea Solinas