SEGN/ALI 61

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L’intervento che segue è tratto dal numero 4 anno VIII dicembre 2018 della rivista Solidea, Lavoro Mutualismo e Comunità, progetto culturale che nasce dall’esperienza mutualistica delle Società di Mutuo Soccorso e delle Cooperative Sociali.
Ringraziamo la rivista e l’autore Enrico Gaveglio per l’opportunità che hanno dato a Segn/Ali di pubblicare questo scritto.

UTOPIA DISTOPIA E ATOPIA
Il termine “utopia” racchiude in se un’ambivalenza etimologica che ne svela il significato più profondo: eu-to-pos, il luogo migliore eu-topos: il luogo che non esiste.
L’utopia è, quindi, il luogo migliore di tutti in quanto non esiste, una sorta di amore impossibile. Connettendosi alla lezione di Gramsci, il termine utopia è legato “all’ottimismo della volontà”, mentre il termine distopia “al pessimismo della ragione”.
Nell’ambiente in cui lavoro, quello della psichiatria, entrambi gli elementi necessitano di una buona manutenzione piuttosto costante. Da queste parti, il distopico e l’utopico sono, insomma, una competenza professionale. Qualora il dialogo fra queste parti non fosse curato, il rischio di derive è sicuramente dietro l’angolo. La non contaminazione fra utopia e distopia, infatti potrebbe portare alla realizzazione di una “psichiatria atopica”. In architettura, l’atopia, indica il progressivo distacco dell’oggetto edificato dal luogo in cui si trova. In medicina, lo stesso termine, indica letteralmente una reazione che provoca una malattia bizzarra ed eccentrica.
IL TIMORE DI UNA PSICHIATRIA “ATOPICA”.
Considerando le suggestioni, cercando di guardare al futuro, nell’ambiente in cui opero il rischio è quello di intravedere all’orizzonte una nuova forma di psichiatria, non utopica, non distopica… ma atopica, sia nel suo distaccamento dal luogo sia nel suo sviluppare bizzarie. In un futuro possibile, la relazione con l’altro, la cura verso la persona potrebbe diventare una sorta di ufficio di collocamento. Artaud intitolando una sua opera Il suicidio della società definì in questo modo la condizione umana nell’epoca dell’alienazione produttiva. Alienazione non più rispetto alle merci, ma una parte dell’individuo costretta al suicidio, un suicidio “parziale”, un suicidio relazionale.
In un futuro possibile, la psichiatria atopica potrebbe diventare un’emanazione perfetta della società dissociante. E gli operatori rischierebbero di esercitare in una grande sala operatoria dove la relazione risulterebbe sempre più anestetizzata.
PER EVITARE UN FUTURO PREISTORICO.
Nel presente, onde evitare questo futuro preistorico, occorrerebbe coltivare il dialogo fra utopia e distopia, fra sogno e realismo.
Bisognerebbe ibridare queste due dimensioni al fine di far gemmare in maniera permanente lo strumento della relazione.

Enrico Gaveglio